Asprinio di Aversa: un grande vino campano a rischio estinzione

Se stai leggendo questo articolo è perché ti piacciono i vini di nicchia, infatti l’Asprinio di Aversa è considerato un grande vino bianco campano a rischio estinzione, meno conosciuto di Greco di Tufo, Fiano e Falanghina. Si tratta di un vino-vitigno a DOC, alla base dell’unica tradizione spumantistica della regione Campania.

Quando l’ho bevuto, mi sono emozionato – ha scritto il celebre critico Veronelli -. Ero in campagna da un contadino, dalle parti di Aversa, e quell’Asprinio era eccezionalmente buono. Ben lavorato, fragile, elegante. Quello che mi fa rabbia è la consapevolezza di non poterlo ritrovare. L’Asprinio di Aversa sarebbe un vino splendido se venisse valorizzato”.

Asprinio di Aversa caratteristiche

Un tipico Asprinio di Aversa ha un colore giallo paglierino intenso e brillante. Al naso, questo vino colpisce per intensità e freschezza. Il profilo aromatico ha note agrumate e fruttate, con richiami minerali e di camomilla. Al palato è avvolgente, con una decisa spinta acida. Termina con un lungo e persistente finale minerale.

Abbinamenti gastronomici con l’Asprinio di Aversa

L’Asprinio di Aversa trova l’abbinamento ideale con la mozzarella di bufala e la burrata. Inoltre, è ottimo per esaltare in generale preparazioni a base di pesce, frutti di mare e crostacei.

Zona di produzione e infografica

 

I vini della Campania: in evidenza la zona di produzione dell’Asprinio

Quali cantine producono ancora l’Asprinio di Aversa?

Oggi si producono pochissime bottiglie da un numero esiguo di cantine, come:
    • Magliulo produce vino da 4 generazioni. Infatti, la cantina è all’interno di una profondo grotta di tufo a 14 metri di profondità scavata nell’Ottocento. Oggi, oltre all’Asprinio producono vini da vitigni autoctoni più celebri e anche di nicchia come il Pallagrello e il Casavecchia. Una delle loro etichette è prodotta con uve Asprinio allevate con l’incredibile sistema della vite maritata ai pioppi (continua a leggere l’articolo e capirai meglio di cosa si tratta).
    • Masseria Campito ha puntato esclusivamente sull’Asprinio e produce 3 vini biologici in purezza: uno fermo, uno spumante metodo classico e uno spumante metodo Martinotti. Sono vignaioli FIVI, il che significa che imbottigliano esclusivamente le uve dei 6 ettari di vigneto di proprietà e seguono tutta la filiera direttamente.
    • I Borboni ha avuto origine dalle radici della famiglia Numeroso, già proprietaria, fin dalla seconda metà del ‘700,  di 20 ettari di terreni vitati con la leggendaria forma di allevamento conosciuta come “vite maritata al pioppo”. La cantina offre visite guidate e degustazioni di 2 versioni di Asprinio, abbinate a mozzarella di bufala e salumi.
    • Salvatore Martusciello ha chiamato il suo spumante 100% Asprinio con un nome interessante: Trentapioli per ricordare che la scala utilizzata per salire sull’alberata è alta 15 metri ed è formata da circa 30 pioli. Una cosa non eccezionale ma unica nel panorama viticolo non solo nazionale.
    • Vestini Campagnano è una realtà che ha un fortissimo legame con il territorio e con i suoi vitigni autoctoni come il Pallagrello bianco e nero e il Casavecchia. Produce l’Asprinio in due versioni fermo e spumantizzato.
    • Caputo la cantina principale è a Teverola, sede storica dell’azienda. È scavata nelle grotte di tufo del settecentesco palazzo di proprietà. Qui, da oltre vent’anni, viene prodotto il Caputo Brut, lo spumante metodo classico che, ottenuto con Asprinio, costituisce il frutto di appassionate ricerche condotte da anni per questo antico e nobile vitigno.
    • Vitematta ha una particolarità, i terreni sui quali viene coltivata l’uva sono stati confiscati alla camorra. È su questi terreni che Vitematta persegue l’obiettivo di preservare la tradizione ancestrale dell’Asprinio, e non solo. Da Vitematta il vino è vinificato nelle tipiche grotte secolari dell’Agro Aversano scavate nel tufo.

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Curiosità

Un elemento affascinante di questo vitigno è il tipo di allevamento tradizionale denominato alberata. La vite è “maritata” a tutori vivi. Infatti, cresce sui pioppi e raggiunge, così, anche i 15 metri di altezza. Un vero spettacolo da vedere! Ma solo pochi produttori continuano a usare questo tipo di coltivazione. Anche se andrebbe considerata come un elemento paesaggistico rurale da salvaguardare. Purtroppo, però, impone un grande impegno per il mantenimento.

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Le origini

Interessanti anche le ipotesi sull’origine del vitigno. Secondo alcuni sono addirittura etrusche, per altri greche. Si dice anche che il Re di Francia Luigi XII lo abbia portato in Italia nel 1500. Secondo Giampaglia, deriverebbe dalla “famiglia dei Pinot” e sarebbe stato introdotto nel Napoletano nell’Ottocento durante la dominazione francese. A sostegno di questa ipotesi vale la considerazione avallata dagli stessi agricoltori, secondo i quali, nel passato, i commercianti francesi e ungheresi acquistavano l’uva asprinia per poi utilizzarla nella preparazione di vino spumante.