Tra i rossi italiani è certamente uno dei più esclusivi ed eleganti. Ricco, denso e profondo, il vino Faro DOC è prodotto solo in Sicilia da una base di uve Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio. Una curiosità: il grande Luigi Veronelli lo ha sempre considerato una perla enologica assoluta del nostro paese. Tanto da incoraggiare Salvatore Geraci e l’enologo Donato Lanati a impegnarsi a custodirne la preziosa produzione. Scopriamo di più su questo affascinante vino, a cominciare dagli aromi, passando per gli abbinamenti più adatti, fino alle cantine migliori.

Veduta dello Stretto di Messina dai vigneti della cantina Le Casematte sulle alture di Faro Superiore

Quali sensazioni si hanno bevendo un vino Faro DOC?

Un tipico Faro DOC ha un colore rosso rubino brillante. Al naso, questo vino colpisce per intensità e ricchezza. Il profilo aromatico ha note floreali e fruttate fragranti che ricordano il gelsomino, la macchia mediterranea, il gelso, il ribes e il lampone. Particolarmente interessanti le note di cacao, grafite e humus, che se da un lato rendono il vino profondo, dall’altro aggiungono eleganza e personalità. Al palato è complesso, vibrante e strutturato, con una lunga chiusura di liquirizia, mentuccia e  spezie. Le caratteristiche di questo vino, che è proposto in diverse interpretazioni dalle varie cantine, sono influenzate dal terroir: l’esposizione sul mare, i venti costanti dello Stretto (che proteggono le uve dall’umidità) e la qualità dei terreni. In questa denominazione messinese, il Nerello Mascalese che spicca per il suo carattere “spigoloso” esprime una particolare rotondità, mitigato ed arricchito dal Nocera e dal Nerello Cappuccio.

Il Faro della cantina Palari nasce in ripidi vigneti situati a S. Stefano Briga, sulle colline che si affacciano sullo stretto di Messina

Con cosa abbinare un Faro DOC?

Il Faro DOC trova l’abbinamento ideale con arrosti e carni rosse. Inoltre, è ottimo per esaltare selvaggina e formaggi stagionati. Da provare con una grigliata, oppure con le braciole di vitello, il capretto alla messinese, il montone al forno e il polpettone. Oppure il Formaggio Ragusano o il Pecorino Siciliano stagionato.

Quali sono le migliori cantine?

Tra i grandi esponenti, ci sono sicuramente Salvatore Geraci, titolare della cantina Palari: l’uomo del “Rinascimento” della DOC Faro, ma anche Bonavita, la Tenuta Enza La Fauci e la cantina Le Casematte.

Vini Faro DOC di Messina: Da sinistra, il Palari Faro DOC di Salvatore Geraci, Bonavita Faro DOC, Enza La Fauci Oblì Faro DOC ed il vino Le Case Matte Faro DOC
Vini Faro DOC di Messina: Da sinistra, il Palari Faro DOC di Salvatore Geraci, Bonavita Faro DOC, Enza La Fauci Oblì Faro DOC ed il vino Le Casematte Faro DOC

Dove e con quali vitigni si produce?

Faro è il nome di uno dei più importanti vini rossi siciliani a Denominazione di Origine Controllata (dal 1976), che può essere prodotto in un solo comune: Messina, sulle colline e lungo le coste che si affacciano sullo Stretto in una lingua di terra chiusa tra il Mar Tirreno e il Mar Ionio. I vitigni usati per la vinificazione sono esclusivamente tradizionali dell’area nord-orientale della Sicilia. La varietà base è il Nerello Mascalese (presente in una percentuale che varia dal 45 al 60% a seconda della scelta della cantina), è previsto inoltre l’utilizzo di Nerello Cappuccio (15-30%) e Nocera (5-10%). Possono, infine, essere usate in piccola percentuale anche i vitigni Calabrese (Nero d’Avola), Gaglioppo (Montonico Nero) e Sangiovese. Il vino Faro deve essere sottoposto ad un periodo di invecchiamento obbligatorio di almeno un anno.

Perché si chiama così?

Le origini del nome più accreditate sono due: potrebbe derivare da Punta Faro, posta all’estremità dello Stretto di Messina, o dall’antica popolazione greca dei Pharii, che colonizzarono gran parte delle colline messinesi. La produzione vitivinicola in questi territori, infatti, ha alle spalle una storia millenaria, che si fa risalire perlomeno all’età Micenea (XIV secolo a.C.). Nel XIX secolo, poi, il vino Faro ha solcato il Mediterraneo per approdare in Francia, dove veniva impiegato per “tagliare” i vini di Borgogna e di Bordeaux.

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